J.K. Rowling e “Il canarino segreto di Harry Potter”

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Non è il nuovo libro di J.K. Rowling. E nemmeno il nuovo libro di Robert Galbraith, Newt Scamandro o Kennilworthy Whisp. Che comunque è sempre J.K. Rowling. È il titolo di una favola che la nota scrittrice Joanne Harris (autrice di Chocolat e altri famosi titoli) ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera per parafrasare la storia della Rowling e il grande clamore nato intorno a Il Richiamo del Cuculo, in uscita il 4 novembre 2013 in Italia. Un pezzo scritto con stile, che sicuramente fornisce uno spunto per riflettere e per dibattere sulla storia che ha portato tanto successo a J.K. Rowling e le mosse che deve fare dopo il grande lavoro di Harry Potter. Un lavoro che sicuramente lascia un’eredità impegnativa alla scrittrice.

Di seguito riportiamo l’intervento di Joanne Harris.

Il canarino segreto di Harry Potter

Il canarino segreto di Harry Potter

E così, a meno che negli ultimi giorni non siate rimasti immersi nella lettura di un libro veramente bello, tale da eclissare tutti i fatti di attualità, sarete al corrente del clamore che ha suscitato Il richiamo del cuculo.

Uscito in edizione rilegata qualche mese fa, questo thriller pacato aveva ottenuto alcune favorevoli recensioni e aveva venduto la modesta cifra di 1.500 copie (forse anche meno, se ci atteniamo ai dati di BookScan), finché non è stato rivelato che si trattava dell’ultimo giallo di J.K. Rowling, a lungo atteso dall’industria editoriale, e pubblicato sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith. Com’era prevedibile, dopo la diffusione della notizia il libro è immediatamente balzato al primo posto delle classifiche di Amazon e ha ottenuto centinaia di recensioni, la maggior parte delle quali non parlava tanto del libro in sé quanto della vicenda che lo riguardava — a chiara dimostrazione delle ragioni per cui un’autrice consolidata come Rowling possa avere il desiderio di pubblicare sotto pseudonimo, senza fanfare o pregiudizi, libera dal fardello di portata planetaria del marchio Harry Potter.

Le nuove recensioni sono perlopiù esempi di come non si dovrebbe scrivere una recensione. Spaziano dallo sdegno violento a un’altrettanto violenta esaltazione.

Sdegno
…per il prezzo dell’ebook.
…perché nel libro non ci sono maghi
…perché J.K Rowling non è veramente un veterano di guerra mutilato, come il fittizio autore del romanzo.
… perché le vendite del libro si sono impennate dopo l’annuncio che lo sconosciuto autore era in realtà la ben nota scrittrice.
… perché svelare di essere J.K. Rowling è un’opzione che gli altri autori sconosciuti di solito non hanno.

Nei casi, più rari, in cui il recensore ammette di aver letto almeno in parte il libro, le reazioni si limitano in genere a una variazione su uno di questi due temi:
È di J.K. Rowling! Dev’essere fantastico!
È di J.K. Rowling! Dev’essere una porcheria!

Lo so, lo so. Il cuore sanguina. Povera J.K., con tutti quei soldi, tutto quel potere e quella fama.

Però… lasciate che vi racconti una storia. Si intitola Il Canarino del Re.

C’era una volta una donna che amava cantare. Era povera, aveva una vita difficile e la sua voce non era niente di speciale, forse, ma cantare era per lei un conforto.

Tutte le domeniche andava in piazza e cantava per raggranellare qualche soldo ma, in cuor suo, cantava per amore. Tornava in piazza ogni settimana, e ogni settimana il gruppetto di coloro che la ascoltavano s’infittiva. Per la maggior parte erano bambini, ma gradivano lo spettacolo anche i loro genitori; la donna che amava cantare vedeva crescere il proprio pubblico e ne era felice.

Un giorno la udì cantare il Re in persona, e restò così colpito che le chiese di cantare a Palazzo, per divertire i principini. Anche a loro lei piacque, e il Re, notando il suo abbigliamento logoro e la povertà della sua casa, le offrì una dimora nella sua tenuta, ove i principini avrebbero potuto ascoltarla cantare ogni volta che volevano.

La donna stentava a credere a tanta fortuna. Da un giorno all’altro, la sua vita si era trasformata. Aveva dei bei vestiti, una carrozza, un pony, una casa stupenda vicino al Palazzo. Venivano ad ascoltarla a centinaia adesso, e ben presto ne arrivarono a migliaia; dieci o venti volte più di quante ne potesse contenere la piazza.

E così il Re le propose — invece di cantare davanti alla chiesa, come una mendicante — di esibirsi dagli spalti del Palazzo, dove tutti avrebbero potuto vederla. Lei accettò — non aveva altra scelta — e il suo pubblico continuò ad aumentare.

E tuttavia, la donna percepì che, per quanto gli spettatori ancora amassero le sue canzoni, qualcosa era cambiato in loro. C’erano meno bambini adesso, e più adulti dagli occhi colmi d’invidia. La gente cominciò a deriderla e a chiamarla il Canarino del Re. Il Re stesso si preoccupò e le fece costruire attorno una gabbia di protezione, per evitare che qualcuno le lanciasse dei sassi. Così, ogni settimana la donna cantava per la folla dalla sua gabbia dorata. Ma non era più felice. Dagli spalti poteva sentire ogni parola che veniva pronunciata di sotto. «La sua voce non ha niente di speciale » dicevano. «Chi diamine si crede di essere?».

Sentiva i commenti degli altri cantanti, venuti a giudicare la sua intonazione. «In giro ci sono cantanti molto più bravi di lei». «Perché mai il Re l’ha scelta?».

Sentiva i bambini che piangevano perché lei non scendeva a parlare con loro. «Perché non ci parla più?», chiedevano ai genitori. Loro facevano un sorrisetto e rispondevano: «Ormai è troppo in alto per mescolarsi con noi».

Qualcuno, frattanto, aveva cominciato a lanciare sassi contro le sbarre della gabbia dorata. Non colpirono mai la donna che vi era rinchiusa, ma lei sentiva anche quelli, naturalmente, ed era sempre meno felice. E tuttavia, la folla continuava ad affluire, e la donna continuava a cantare, cercando amore sui volti della gente.

Un giorno la donna perse la voce. Uscì sugli spalti, si sedette dentro la sua gabbia dorata, aprì la bocca — ma niente. Gli spettatori s’inferocirono per la delusione. Urlarono, sbraitarono, implorarono, le lanciarono sassi. La donna che li guardava in silenzio dalla gabbia capì che il loro non era amore; era piuttosto una specie di follia.

Così fece ritorno alla sua sontuosa dimora vicino al Palazzo e si spogliò dei begli abiti e delle scarpe. Nel fondo di un vecchio baule trovò il vestito logoro che indossava quando usciva a cantare per raggranellare qualche soldo. Si avvolse attorno al capo un vecchio scialle per nascondere il viso che ormai in troppi conoscevano, poi tornò sulla piazza del mercato, lacera e scalza, e ricominciò a cantare.

Era giorno di mercato e in giro c’era tanta gente, ma quasi nessuno la notò. Il viso che in troppi conoscevano era nascosto dallo scialle e la sua voce era una voce come tante, piacevole sì, ma nulla di speciale. Quasi nessuno le prestò ascolto, ma per la prima volta dopo tanto tempo, la donna si sentì davvero felice.

Da quel giorno, tornò a cantare sulla piazza del mercato per raggranellare qualche soldo, ma soprattutto per amore. Le persone che si fermavano ad ascoltarla erano poche, ma ciascuna di loro la amava.

Poi però, un giorno un passante la riconobbe. «È lei!», esclamò, tutto eccitato. «È il Canarino del Re! O dovremmo chiamarla piuttosto il Cuculo del Re?». Altri passanti si fecero attorno. Si levarono delle grida, parte di gioia parte di sdegno. Alcuni degli astanti erano arrabbiati per essersi fatti trarre in inganno dal travestimento della donna, altri erano sovreccitati per avere ritrovato il proprio idolo. Ai margini della folla si scatenò una rissa, qualcuno lanciò un sasso. Qualcun altro strappò lo scialle dal capo della donna, in modo da svelare il volto che tutti conoscevano.

«Come ti permetti di fingere di essere povera?», urlarono.

«Come ti permetti di fingere di essere una persona qualunque?».

«Vi prego!», urlò la donna in mezzo a tutto quel baccano. «Voglio solo cantare!».

Cantare però era ormai fuori discussione. Il chiasso della folla era troppo forte. Alla fine, la donna se ne andò, tornò nella sua gabbia dorata e si rimise i begli abiti nuovi e le scarpe. Ma non cantò mai più.

Traduzione di Laura Lunardi
Fonte: Corriere della Sera
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  • Io spero solo che lei continui a scrivere!

  • C’è da dire che al termine della lettura dell’articolo avevo solo voglia di andare a dare un mega abbraccio alla donna canterina.. si lo so questi sprazzi di tenerezza sono decisamente poco me e troppo tasso-style… che i troppi tassi del forum mi stiano contagiando con la loro giallite? :suspect: mm.. non so se la tassicità sia contagiosa, andrò in biblioteca a fare delle ricerche u.u

    Sproloquio inutile a parte sono perfettamente d’accordo, e credo che la sua volontà di rimanere nell’anonimato sia del tutto comprensibile.. Devo ammettere di aver reagito a “Il seggio vacante” come “è di zia Jo deve essere per forza bellissimo” e di essere rimasta un pò delusa per il semplice fatto che era diverso da come mi aspettavo che fosse… quindi attendo a gloria la traduzione di questo nuovo thriller (genere che personalmente adoro), con la voglia di leggerlo senza troppe pretese per apprezzarlo (o meno xD) semplicemente per quello che è! 🙂

    Trall’altro la cosa strana (paradossale se vogliamo) è che si parla spesso di quella che è “l’eredità potteriana” del cast, di come sia difficile nella mentalità comune separare l’attore dal ruolo, e quindi far si che questi giovani attori possano interpretare ruoli diversi e continuare le loro carriere, tuttavia non si parla mai di come possa invece vivere quest’eredità la Rowling. Credo che tutti dovremmo riflettere molto a riguardo prima di sparare sentenze. Io per prima xD

  • Benny Wesit96

    Un articolo che fa senza dubbio riflettere sul ruolo che la Rowling si trova a ricoprire… Sinceramente, non capisco nessuna delle due fazioni che si son create con lo svelamento del vero nome di Robert Galbreith: credo che molte persone farebbero meglio a leggere il libro, se vogliono, e giudicarlo per com’è e non per l’autrice che sta dietro tutto. Povera donna, insomma!